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Nell'attuale scenario delle politiche europee e nazionali, un campo di azione prioritario per la Pubblica Amministrazione è quello dello sviluppo locale sostenibile, definito come la risultante dell'integrazione degli aspetti economici, di quelli sociali, di quelli ecologici e di quelli di governance che interessano i singoli territori. A tale proposito, è importante notare come attualmente in Italia le più svariate public policies a livello locale (sviluppo socioeconomico, gestione e trattamento del ciclo integrato dei rifiuti e delle acque, pianificazione territoriale, servizi sociali…) vengono ideate ed implementate attraverso accordi pubblico-privati (patti, intese, protocolli, accordi di programma, consorzi…, fino a giungere alle più recenti progettazioni di “unioni di comuni”, “comunità collinari”, “città metropolitane”…), tanto che diversi osservatori hanno coniato recentemente lo slogan “produzione di politiche a mezzo di contratti”. Certamente questa proliferazione è figlia della stagione della c.d. “programmazione negoziata”; tuttavia, per quanto riguarda i governi locali del Mezzogiorno e la filiera istituzionale che va dai Comuni alla Regione di riferimento, passando per le Comunità Montane e le Province, la domanda di fondo è: la pubblica amministrazione dispone di competenze adeguate per poter adottare un simile approccio che di per sé rappresenta una vera e propria trasformazione culturale oltre che organizzativa e istituzionale? La marginalità, prima ancora che un “fatto” economico, sociale e territoriale, sta in-scritta nei modelli culturali e nelle rappresentazioni (sistemi) linguistiche che orientano e informano i comportamenti individuali e collettivi. Come sappiamo, sono gli elementi di natura culturale - che una determinata comunità locale si è data e si dà - a determinare i modelli fondativi e regolativi dei suoi assetti sociali, economici ed ambientali. Una considerazione che ci porta a riflettere sull'infinita possibilità di combinazioni che si possono e si vengono a stabilire nell'incontro tra i linguaggi del “locale” con quelli del “globale”. L'economia globale, a differenza di quella industriale, è sempre più un'economia delle differenze dove il processo di generazione del valore è dato sia dalla presenza di varietà locali sia dalla loro capacità di presentarsi in termini di identità, conoscenze e competenze distintive sul mercato globale. Non è quindi “il locale” - in quanto tale - che viene a trovarsi dentro o fuori mercato, ma il locale che non lega la sua identità ad una proposta e ad una competenza riconoscibile e apprezzata dal circuito globale. Non è il modo di essere locale ad essere fuori mercato in un'economia che diventa globale, ma è piuttosto il locale che perde la propria differenza e qualità specifica, fornendo proposte che non sono riconoscibili né apprezzate nel circuito globale. Uscire dall'indistinto, significa tentare una modellizzazione “in positivo” delle aree in deficit di sviluppo, cioè sovvertire le tradizionali categorie con cui si rappresenta e si sostiene “la debolezza” di questi territori a vantaggio di un'interpretazione dinamica, responsabile e concentrata su almeno due risorse strategiche presenti anche in sistemi territoriali “marginali”: i giovani e il tessuto di micro imprese. I temi di riflessione nel passaggio dal locale al territoriale fanno riferimento:
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