Economia dell'Esperienza - Piattaforme produttive - Economia dei luoghi ricerca articoli

Per circa trent'anni lo sviluppo locale nella forma di Dorsali, Distretti, aree a specializzazione produttiva, industrializzazione diffusa, ha dato forma a modelli originali di organizzazione dell'economia e della società. Un percorso di sviluppo che ha in buona misura ricalcato la teoria dell'economista francese “dei trenta gloriosi”. Un periodo di prosperità, di crescita e a volte di opulenza che ha trasformato un paese profondamente rurale, micro comunitario e confessionale - così si presentava l'Italia negli anni ‘50 – in un paese industriale, urbano e laico - l'immagine più diffusa fin verso gli anni '90. Una maturità che è contrassegnata da un'ulteriore evoluzione indotta dal passaggio da un'economia caratterizzata dalla scarsa mobilità di capitale e lavoro e dalla relativa stabilità di modelli produttivi e delle carriere lavorative ad un'economia contrassegnata dalla fluidità dei ruoli, dalla mobilità geografica dei fattori produttivi e dalla velocità delle comunicazioni da un punto all'altro del sistema globale.

Ci si riferisce al passaggio dall'economia dei luoghi all'economia dei flussi. La polarizzazione tra economia dei luoghi ed economia dei flussi, tra luogo e spazio, cambia i significati attraverso cui i soggetti vivono la dimensione territoriale. Per lungo tempo il “sistema Paese” è stato un laboratorio dove si sono incrociati, - generando processi sociali ed economici virtuosi - elementi di natura materiale con preesistenze ”immateriali” appartenenti cioè ad uno specifico e, molte volte, originale contesto territoriale. Nel contesto dell'economia della conoscenza e delle reti, queste immagini e queste esperienze tuttavia non sembrano più sufficienti a generare nuove, diverse ed originali forme economiche, imprenditoriali e più in generale di vita. L'Italia, appare così un paese “incerto”, in difficoltà nell'immaginare, individuare e percorre nuove traiettorie di futuro, anche perché molti dei caratteri e degli elementi che hanno alimentato l'atipicità del modello italiano (piccola impresa a carattere famigliare, mobilità sociale, cetomedizzazione, mito della laboriosità, autonomia della politica, ……) appaiono oggi inadeguati a fornire quelle energie culturali che sempre più sono alla base di nuovi comportamenti sociali. Il processo di trasformazione dell'economia italiana e le opportunità “rigenerative” ad essa collegate sollecitano il senso di responsabilità e la qualità delle classi dirigenti locali, nonché la loro capacità di individuare percorsi di sviluppo e di rilancio coerenti sia con le identità distintive del tessuto imprenditoriale che con i nuovi drivers di generazione di valore economico.

La chiave di lettura dei processi socio-economici ed imprenditoriali è la Nuova Economia che marginalizza parte dell'apparato tecnico–formativo, professionale, economico–finanziario e politico che ha sostenuto la precedente "onda lunga" del processo di disseminazione imprenditoriale, di crescita industriale e di democratizzazzione del sistema capitalistico italiano. La sfida competitiva per i territori logo, per i sistemi produttivi locali e per le economie territoriali diviene quella di produrre nuova cultura e di far sì che questa si integri nel patrimonio esistente e gli dia nuova linfa. Si tratta di una sfida alla quale occorre rispondere con modelli mentali ed organizzativi adeguati come quello del distretto culturale - si rimanda al percorso “Economia della cultura e Distretti culturali” - e dell'Economia dell'Esperienza.

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